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Il figlio pių piccolo PDF Stampa E-mail
mercoledė 10 febbraio 2010
pupi_avati_120.jpgIntervista a Pupi Avati - di Chiara Sirk - Il regista Pupi Avati sarà a Bologna mercoledì 10 febbraio. Al Cinema Lumière, ore 10, presenterà in conferenza stampa il suo nuovo film “Il figlio più piccolo”. ...

 

 

 

 

Il regista Pupi Avati sarà a Bologna mercoledì 10 febbraio. Al Cinema Lumière, ore 10, presenterà in conferenza stampa il suo nuovo film “Il figlio più piccolo”. Saranno presenti il regista, il produttore Antonio Avati e gli interpreti Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Nicola Nocella, Maurizio Battista.

 

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Oggi Giornata per la vita, al regista Pupi Avati chiediamo una battuta, perché la vita, nei suoi film c’è tutta. Si nasce, si muore, ci si sposa: ci sono famiglie belle e brutte, padri e figli, ricchi e poveri in difficoltà. Affreschi di un mondo che continua a somigliarci. È qui la vita? Nelle famiglie che affollano i suoi film?
«Sì ne sono sempre stato convinto e lo sono sempre di più. Ho settantun anni, sono stato figlio, padre, oggi nonno. Ho goduto dei benefici di essere amato e cresciuto e adesso vedo chiudersi un ciclo. Quel qualcosa al quale avevi dato il via sposandoti, oggi riparte con tre nipotini, che danno anche il vantaggio di abbassare la media dell’età in famiglia».


Nei suoi film tutto questo c’è sempre perché?
«Perché è fondamentale. Le faccio un’anticipazione: sono in procinto di realizzare un lungo racconto in sei puntate, s’intitolerà “Un matrimonio”, ed è una storia che si svolge nell’arco di cinquant’anni. Inizia negli anni Quaranta, con il matrimonio dei protagonisti, e si conclude oggi, con le loro nozze d’oro. È un modo per far capire che c’è la possibilità di andare oltre ai due, tre anni che sembrano la durata standard di un matrimonio, e anche che si possono mettere al mondo più di 1,3 figli, che ci attribuiscono le statistiche. Ci sono difficoltà, ma vale la pena farlo».


Oggi sembra tutto più difficile, c’è il problema del lavoro, si studia più a lungo. È così o siamo solo insicuri e fragili?
«Non è cambiato niente rispetto al passato, ognuno costruisce la vita con le sue forze. Però c’è più paura a prendersi degli impegni, a dire “per sempre”. Per noi era un’espressione ricorrente: “per sempre” era un amore, un’amicizia, la passione per qualcosa. Oggi incontro i giovani e dico “che differenza c’è fra convivere e sposarsi”? Solo il non volersi assumere un impegno, qualcuno –e questo davvero non lo capisco- mi dice “non ce lo possiamo permettere” ».


Invece la vita è tutto un legame, no?
«Sì, perché ad un figlio è giusto promettere che avrà due genitori, e anche fratelli e sorelle. C’è un legame verticale fra genitori e figli e c’è quello orizzontale con gli zii, le zie, i cugini. Per me, che ho perso presto il padre, tutte queste figure sono state importanti, i cugini sono stati i miei primi amici».


Però nei suoi film la famiglia non è sempre un ideale che si realizza. Anzi.
«Ci sono famiglie problematiche, padri orribili, cinici e assenti, come quello del film che presento “Il figlio più piccolo”, che chiude una trilogia sul padre. Anche qui il padre, Christian De Sica, un immobiliarista romano in crisi, ricompare, dopo anni d’allontanamento dalla famiglia, nella vita del figlio più piccolo Baldo, solo per evitare il tracollo finanziario e intesta al ragazzo tutte le sue proprietà in bilico, trascinando il figlio in un giro rischioso e più grande di lui. Però, nel momento del bisogno tutto si ricompone. C’è una grazia, che nei momenti più tragici, e con le persone più spaventose, fa sì che i legami rinascano, la speranza non venga meno. Io spero che torneremo a quello che è stato per secoli: la famiglia come luogo in cui generare, in cui crescere e far crescere. Si viene accuditi da piccoli e si accudisce da grandi chi ti ha dato la vita. Questo è possibile».


Qualche consiglio?
«Dedicarsi molto a questo progetto, mettendolo in primo piano. Recuperare un po’ di rigidità. Da mia madre ho ricevuto un bel po’ di ceffoni, e anche ai miei figli qualche sberla, quando serviva, è arrivata. La dedizione e l’educazione sono i pilastri. Poi dobbiamo tornare alla semplicità delle scelte essenziali, dove il bene è bene, giusto e ingiusto non sono uguali, Infine insegniamo ad aver fiducia negli altri, non si può crescere nella diffidenza, rinunciando ai sogni».



Chiara Sirk

 

 

 
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