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"Matt, Alex, Karma, Joana, Blèdy... e al bulgnais" PDF Stampa E-mail
martedì 27 ottobre 2009

"Matt, Alex, Karma, Joana, Blèdy... e al bulgnais"


Alto e dinoccolato, Matt Ferguson, educatamente mi ferma per strada e mi chiede se conosco qualcuno che parli in bolognese. “Sì in dialetto bolognese. Sono uno studente del Winsconsin e sono da un anno qui a Bologna per la mia tesi di laurea sulla fonetica del dialetto bolognese” “T è pròpi ciapè ban”. Mi mostra una serie di frasi da lui scritte in un buon dialetto (sicuramente migliore di quello che troppo spesso vedo nei copioni di molti autori di testi per il teatro dialettale bolognese). “Da quando sono arrivato qui studio su ‘Dscårrer in bulgnais’ di Vitali”. Parla bene italiano. Mi fa leggere le sue frasi e registra tutto. Spero di essere stato utile alla sua laurea. Cosa se ne farà, poi, nel Winsconsin? Questo non l’ho capito.
Alex e Luisa Michelotti (due fratelli italo americani) fra il 2006 e il 2007 hanno frequentato grazie a una borsa di studio i tre step dei Corsi di Dialetto Bolognese che si tengono al Teatro Alemanni. Figli di emigrati romagnoli hanno ritenuto di avvicinarsi alle origini dei loro genitori studiando qualche cosa vicino a quella, ormai lontana, cultura: filologia romanza all’università del Michigan.
Karma Wandgi, informatico del Regno del Bhutan, dopo aver frequentato tutti e tre i livelli del Corso ha voluto ripeterli. Scrive il nostro dialetto senza un errore.
Arjana, albanese, eletta consigliere in uno dei nostri quartieri cittadini frequenta il corso per replicare ai suoi colleghi di Consiglio con pungenti frasi dialettali.
Maryia, ucraina, studia il bolognese per rispondere datore di lavoro nella sua stessa lingua.
Blèdy, fruttivendolo albanese del Mercato delle Erbe, apostrofa äli arżdåuri con inviti del tipo  “Èla vésst che bèl’arvajja ch’a i ò incû?”.
Joana Shu, cinese nata a Sao Paulo do Brasil: saluta ogni mattina il marito che va al lavoro con “Am arcmànd, fà bän pulidén”.
Da questa Babele che ho avuto modo di conoscere all’Alemanni, conclamato tempio del teatro bolognese (Fausto Carpani lo definì simpaticamente “il dialettificio”), ne traggo la conferma che i dialetti…, ogni dialetto ha in sé una grande capacità di unire genti di provenienze diverse. Ben diversamente da chi lo vorrebbe strumento di connotazione per le genti di un ristretto territorio.
Dialetto non per dividere ma per unire.
Dialetto non per rinchiudersi entro le proprie quattro mura e alzare il ponte levatoio, ma perché i “non parlanti” sia interni che esterni, trovino nella parlata locale un elemento di condivisione.
E, anche, dialetto non insegnato obbligatoriamente a scolari apatici e sbadiglianti, ma a chi manifesta un interesse, dentro o fuori una scuola… Ovvero, a chi ha voglia di impararlo.
Parafrasando una canzone d’un lontano Festival di San Remo si potrebbe dire “Son tutti belli i dialetti del mondo”.
E’ da loro che traggono colore le lingue.
I dialetti sono le genuine voci dei popoli.
E il cuore mi si apre nel vedere una persona, lontana dalla propria terra per un certo periodo, interessarsi e approfondire il dialetto di quel paese che momentaneamente frequenta: è un segnale di grande rispetto per il popolo, le genti, che lo ospitano.
L’obbligo di abbandonare i dialetti nel disgraziato periodo fascista fu un atto coercitivo che ha scavato profonde divisioni di classe negli italiani. Oggi esiste un’uniformità espressiva che fortunatamente impedisce di investigare provenienze da questa o quella classe o casta.
Obbligare a rimarcare le diverse provenienze tramite test e forzati apprendimenti delle lingue locali mi sembra retrograda follia.
Sono invece auspicabili spontanee strutture dove chi vuole, chi ne è culturalmente interessato, possa approfondire l’espressività tipica di un territorio.
Questo, l’abbiamo visto proprio ai Corsi di bolognese.
Non solo sono frequentati ‘dai foresti’, ma diventano un punto di riferimento per chi, qui è nato ma non ha avuto modo di conoscere il battito del cuore della propria terra.
Questa conoscenza, però, deve venir data con tutta la serietà e la scientificità della materia…
Troppe volte storie e leggende si raccontano sull’uso di questo o quel lemma o modo di dire.
Troppe volte si sentiamo improvvisati maestri che dissertano su etimologie o uso di un termine senza i dovuti approfondimenti, per il solo merito di essere in regola con il proprio certificato di nascita; per poi concludere semplicisticamente, se contrariati, che il dialetto non deve avere regole perché va parlato e non scritto.
Nulla di più falso.
Un dialetto è parte della storia di un popolo e quando la storia è solo raccontata diventa favola a seconda di chi la narra.
La storia, quella vera, non può che essere quella scritta, avvallata da una precisa e scientifica metodologia. Come non avere lo stesso rispetto per il dialetto bolognese. Che è lingua a tutti gli effetti: analizzata da studi che ne hanno delineato una ben definita struttura.
Il dialetto non è che la radice, la storia dell’espressione più profonda di un popolo. E chi ne tratta la divulgazione deve avere la più ampia conoscenza dell’ordinato insieme che regge la sua complessità.
Non basta un certificato di nascita o battesimo qui o là… Dentro o fuori dalle antiche mura… In campagna o in città…
Come ogni lingua, al bulgnaiṡ è dotato di precise regole grammaticali, sintattiche, di vocabolario e fraseologia ricchissima. Come per tutte le lingue o dialetti del mondo, dunque, può e deve essere insegnato da linguisti e non “a orecchio” da parlanti privi delle più elementari nozioni di glottologia e didattica. Nessuno si farebbe curare da un infermiere o farebbe costruire la sua casa da un manovale muratore. Bravi collaboratori, questi, come può esserlo un dialettofono che ha parlato dialetto tutta la vita. Ma se si vuole insegnare bene, collaboratori e non di più.
Ora come non mai vale sempre quel che da queste parti si è sempre detto: “A ognón al sô amstîr…” seguito da tutte le varianti che la graffiante ironia del popolo ha aggiunto a seconda dei frangenti.



di Aldo Jani Noè

 

 

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